Approfondimento

Ma chi l'ha detto che è così?

24 ottobre 2026

Copertina — Ma chi l'ha detto che è così?: una lanterna accesa a un bivio. Il giovedì del Corpus, puntata #13.

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Preferisci ascoltare invece di leggere? Questo episodio rielabora i temi dell'articolo in forma di conversazione, mantenendone i concetti essenziali e adattandoli all'ascolto. È pensato per accompagnarti durante spostamenti, passeggiate o altre attività quotidiane.

Puntata #13 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata del 15 ottobre 2026.

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Giovedì 15 ottobre 2026, durante la reggenza numero 41, HaHaHeʼeL, nel coro delle Virtù (14–18 ottobre). Stavolta la serata parte da un testo: l’articolo su #41, già pubblicato, che chi conduce legge ad alta voce, saltando di proposito le parti tecniche. Si ferma quasi subito sul titolo, “Ciò che esiste non è tutto ciò che può esistere”, e dice che sarebbe già tutto il discorso: “Questo sarebbe solo il titolo, ma sarebbe già tutto il discorso fatto e finito.” Da lì viene la domanda che regge la serata: “quale possibilità stai escludendo nella tua vita, perché dai per definitiva la situazione in cui ti trovi.”

È una di quelle serate lunghe e confidenziali, con le battute, le interruzioni, qualcuno che si perde e qualcuno che lo riporta sul punto. Il resoconto tiene un filo solo, quello del possibile, e lascia il resto.

Ciò che esiste è il tuo mondo

Infografica — Ciò che esiste è il tuo mondo: il mondo come luogo messo in ordine. Kosmos, la frase chiusa «le cose stanno così» e l'illusione dell'unica realtà.

Il titolo, chi conduce lo rigira subito in parole di tutti i giorni: “Tu pensi che il tuo mondo sia la realtà e invece c’è molto di più che può esistere.” E poco dopo, in una frase sola: “Ciò che esiste per te è solo il tuo mondo, cioè il tuo sistema organizzato da te.” Organizzato come? “Fatto apposta per confermare tutte le nostre convinzioni in modo che tutto torna.”

L’idea di mondo come luogo messo in ordine è di Sibaldi, e chi conduce la richiama senza leggerla. La definizione sta nell’Agenda degli angeli (2012): «Mondo vuol dire, propriamente, “un luogo messo in ordine” (mundatus). Corrisponde al greco kosmos, che, un po’ più astrattamente, significava: “assetto”, “sistema”.» Gli esempi che seguono sono invece suoi, e fanno vedere il meccanismo dall’interno.

Comincia dalla velocità. “Io decido a che velocità andare anche se il mondo ha un’altra velocità”, e quando gli altri entrano nel mio mondo e vanno al doppio, “vado in fibrillazione.” Succede lo stesso con il sorriso: “io decido che nel mio mondo tutti devono sorridermi, e se quelli che si parano davanti a me non mi sorridono io vado in fibrillazione.” E succede in negativo, quando si parte già sicuri del peggio: “io penso che tutti quelli che incontro mi metteranno in difficoltà, quindi vado in fibrillazione prima ancora che succeda qualcosa.” O quando si ha una cattiva opinione di sé: “Io penso di non valere granché, e quindi quando mi fanno un complimento penso che stiano scherzando.” Sono cose che nell’organizzazione del suo mondo interiore non sono previste, e per questo, dice, “mi mandano un po’ fuori di testa.”

Tenersi stretto un mondo così conviene, anche se non si vede. “Io non posso vedere che esistano quelle cose fuori dal mio mondo, perché altrimenti dico che sono matto”, e allora: “no, i matti sono loro.” Ognuno ha il suo: “ognuno di noi si è creato un mondo a sé dove può vincere, avere ragione quando vuole.” È lo stesso movimento di cui parlava la serata del 6 agosto, a proposito delle convinzioni che non si vedono: “Si attraversano senza vederle, come si attraversa una stanza buia conoscendone a memoria la pianta.” E della serata del 13 agosto: “mi sono costruito un mondo, quel mondo ha delle regole precise, arriva qualcuno che non le rispetta”, e il sistema va in tilt.

Proprio qui il mondo tira fuori la sua difesa migliore. L’articolo la chiama la frase che ti serve per smettere di pensarci: le cose stanno così. Si dice di un lavoro, di un rapporto, di un luogo, di come ti vedono gli altri. E fa comodo, sottolinea chi conduce: “Chiude la questione. Così non ci devo più perdere tempo.” Il motivo è semplice: “perché così sto tranquillo e tutto il mio mondo è confermato e organizzato.”

Il difetto sta in un passo logico che lui mette in chiaro: “se io prendo quello che sta succedendo adesso sto dicendo che non esiste nient’altro oltre a quello, quindi sto escludendo tutte le altre possibilità.” La frase descrive ciò che c’è e, su ciò che potrebbe esserci, dà un verdetto senza averlo chiesto a nessuno. E di solito non è nemmeno nostra: “lo diceva mia mamma, mia zia, mia cugina, anche mia nipote lo dice e quindi è così.” La si scambia per una percezione propria, ed è un’eredità. A tradirla sono le parole, come aveva detto la serata del 27 agosto: “Le parole che usiamo non sono decorazioni del pensiero.” Anche “ormai” e “le cose stanno così” fanno parte del sistema che confermano.

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Quale possibilità stai escludendo

Infografica — Quale possibilità stai escludendo: l'alibi dell'ormai. Cancello con lucchetto «ormai», sfera dei punti di vista e varco del «può essere».

Da qui la serata scende nelle situazioni concrete. “Voi avete delle situazioni in cui dite, è così, è tutta la mia vita, quindi hai un sacco di possibilità che stai escludendo dalla tua vita.” La formula tipica è “ormai è così”, e chi conduce la smonta con un’immagine stradale: “e ormai ho girato a destra”, “ma hai sbagliato”, “ma ormai ho girato a destra.” Si rinuncia ai propri obiettivi, dice, “perché ormai.”

Per capire come si esce da una frase così, comincia da sé. Dieci anni fa un pavimento non l’avrebbe fatto neanche se l’avessero pagato: da tagliare a misura, la sagomatura per la finestra, l’angolo del muro. “Io prima avrei escluso la possibilità di fare un pavimento.” Poi ha cambiato idea su se stesso, e quello che escludeva (il pavimento, ma anche il microfono nuovo, il computer nuovo, il monitor) non solo ha smesso di escluderlo: “oltre a non escluderle le ho fatte.”

Poi c’è chi, nel gruppo, dice di non poter lasciare il suo lavoro. Chi conduce le chiede di riformulare la frase, e viene fuori questo: “io sto rinunciando a trovarmi un altro lavoro che mi piace perché sono convinto che se mollo quello che ho poi faccio la fame.” Il desiderio è cambiare lavoro per uno che piaccia di più; quello che lo ferma è un’altra cosa, una convinzione, ed è lei che lavora: “nel tuo cosmos mollare un lavoro significa essere disoccupato. E sempre nel tuo cosmos essere disoccupato è brutto.” La strada che propone non è un salto: “se io intanto mi preparo per un lavoro che vorrei fare e comincio a vedere come è quel lavoro lì e divento esperto in quel lavoro lì e incomincio con un nuovo lavoro mentre ho ancora quello vecchio.”

Ci sono poi le frasi che le persone dicono di sé: “sono nato sfigato, sono nato sbagliato, sono nato con senso di colpa, è colpa mia”, “sono nato con una madre così, che vuoi farci.” Chi conduce non le lascia passare: “qualunque cosa ci metti è così, è sbagliato perché non si dà mai per scontata una situazione.” Dietro c’è l’idea di sé che nella serata sull’ottenere decideva anche quanto ci si sente di avere da dare: il principio di identità, detto con le parole di chi lo vive.

Una situazione, poi, si guarda quasi sempre da un punto solo, e basta spostarsi: “Basta un secondo, cambi modo di vederla ed è tutta un’altra situazione.” È un filo della serata del 27 agosto: “Non sono cambiate necessariamente le circostanze. È cambiato il punto da cui guardarle.” Chi conduce lo dice con un’immagine: “noi siamo in un mondo plurimodale, ogni cosa è come una sfera, non puoi dire c’è un lato”, e “tu puoi arrivare al centro della sfera partendo da qualunque punto della sua superficie.” Un caso di tutti i giorni: “tu vedi il tuo caposquadra e ti parte quel pensiero perché stai guardando da quel punto lì”, perché “tu non vedi lui, tu vedi la tua idea che hai.” Il passaggio pratico è piccolo e chiede poco: “Cominciate a metterci il può essere così, invece che è così. E già la vita ti cambia.”

La domanda che attraversa tutta la sezione la dice una volta sola: “ma chi l’ha detto?” Da lì il titolo della puntata. Il filo è quello della serata del 17 settembre, dove le possibilità restavano fuori “non perché siano impossibili, ma perché la struttura non le include nel campo di ciò che è pensabile.” Stasera la stessa struttura si vede dal lato di chi la abita: è la frase con cui la difende.

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Portare il possibile dove non c’è ancora

Infografica — Portare il possibile dove non c'è ancora: spostare il confine eliminando il non. Scrivania con pavimento in costruzione e costo reale del cambiamento.

L’articolo su HaHaHeʼeL ricorda che Lenain gli assegna, tra l’altro, i missionari che annunciano il Vangelo “aux nations”, e il Corpus legge in quel mandato il portare la parola oltre il confine già noto. Chi conduce lo traduce in una mossa pratica: “portare il possibile oltre a quello che c’è già, o portarlo in un ambiente dove non è ancora arrivato il possibile.” Un esempio: “trovare un nuovo lavoro, per me non è ancora possibile, ci porto la mia parola lì”, e “io tolgo il non e diventa possibile.” Una convinzione si cambia cambiando la parola con cui la si dice: “devo portare io il possibile nella convinzione, cambiando la parola.”

A chi gli porta una convinzione detta con certezza, la paura dell’autorità, risponde che quella convinzione è stata costruita: “l’hai scelta a tavolino.” Per la persona è definitiva. Le strade sono due: o la si supera capendo di averla creata, oppure si elimina il problema. E una distinzione, sul tono con cui le persone stanno al mondo: “le persone che agiscono con autorevolezza sono persone che hanno qualcosa. Mentre quelle che agiscono con autorità è perché non hanno niente.”

Non è però una bacchetta magica, e la serata lo dice chiaro. A chi chiede se potrebbe trovarsi un lavoro nuovo, chi conduce risponde: “Sì. È possibile se fai tutto quello che devi fare per averlo.” Ed è per questo che racconta il proprio caso. Voleva fare le trascrizioni in cinque minuti: “ho fatto tutto quello che era necessario per poter essere in grado di fare le trascrizioni in 5 minuti.” Con i minutaggi e l’intelligenza artificiale il lavoro di un giorno oggi richiede un’oretta, ma ha avuto un costo: ha dovuto comprare il computer e preparare i programmi. Per il computer, dice, “è costato due mesi di decisione”, più una spesa importante e qualche giorno di organizzazione. E c’è un limite d’uso: la macchina non comprende il senso, “se non azzecca devi stare lì a spiegargli altrimenti butti via tutto ricominci da zero.” Il risultato, in ogni caso, lo riassume così: “ho reso possibile quello che non era ancora esistente.”

Quando il possibile entra in una situazione, ne allarga i confini: “amplio il mio mondo di quello che è esistente per me”, “da 10 centimetri un metro, da un metro 10 metri.” E può crescere ben oltre quello che si era previsto, come capita ai reel che ogni tanto partono e diventano virali. Chi lo gira dà per scontato che farà le solite cinquanta visualizzazioni; poi ne arrivano “un milione e mezzo.” Non l’ha pubblicato per questo: l’ha pubblicato perché gli piaceva ed era contento di averlo fatto. Il punto, per chi conduce, è non mettersi limiti prima: “Se tu non lo rendi limitato, non ha limiti.” Il “sì, ma fino qua, eh?” è una cautela in anticipo, e allora: “chi l’ha stabilito”.

Questa è una sua convinzione: “per me la mente umana non ha limiti.” Aggiunge che, se non c’è un danno fisico, per lui non esistono persone stupide: “è tutto psicosomatico.” Sono parole sue, dette con il “per me” davanti, e il resoconto le riporta come tali: non le afferma in generale e non le discute.

Il prezzo del possibile ha un nome che la serata dell’ottenere aveva già dato: “chi vuole ottenere altro deve prima lasciare andare quello che ottiene adesso.” Il possibile si porta anche pagando, e per portarlo non basta cambiare idea.

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Una forma che altri possono respingere

Infografica — Una forma che altri possono respingere: sbloccare l'azione, dare forma al progetto, esporsi al confronto. Libro con bozze segnate «respinto» e «da rivedere».

A questo punto l’articolo porta Gasparo Contarini, non come uomo che ha ragione né come modello, ma come caso: che cosa succede a una possibilità quando esce dalla frase “le cose stanno così” e deve prendere “una forma che altri possono leggere, correggere, respingere.” Chi conduce ne trae un esempio suo, quello del computer: “io ho detto un computer così non me lo comprerò mai con tutti quei soldi lì.” Poi: “ho smesso di ripetere quella frase lì, ma poi l’ho comprato perché era quella frase lì che mi impediva di andarlo a comprare.” La frase era il freno.

Un secondo caso, ridotto al meccanismo: una persona ripeteva da anni che una certa cosa non l’avrebbe comprata nessuno. Ha smesso di dirlo, si è mossa, ed è andata a posto in una settimana. Chi conduce riassume: “basta cambiare idea perché le cose succedano.” Dal racconto, però, risulta che la persona non si è fermata a smettere di ripetere la frase: si è anche mossa. Togliere la frase non basta da sola: dà la possibilità di alleggerire il freno e dà, di conseguenza, la possibilità di agire per ottenere.

Resta l’obiezione di chi non si fida: “c’è sotto il trucco da qualche parte.” Le cose belle fanno sospettare, ed è un’altra convinzione. E quando la possibilità prende forma arrivano i detrattori: “gli altri possono leggerla, correggerla, respingerla, criticarla.” La risposta di chi conduce è semplice: “certo, ma fa parte del mondo.” Ne ricava un metodo, “se sono negativi, chi se ne frega, se sono positivi li accetto, e sia dei negativi che dei positivi mi faccio uno spunto”, e un modo di stare nella situazione: “se mi va prendo il punto”, e se non gli va tira avanti per la sua strada.

La parte dell’articolo sulla struttura interna di HaHaHeʼeL, la triplice He e il suffisso ʼeL, viene letta solo nella parte finale. È una lettura del Corpus, costruita accostando le definizioni di d’Olivet: la vita che non si esaurisce in nessuna forma già data, e la potenza stabile che “porta quella vita oltre la forma in cui si trova.” Chi conduce commenta: “Guardate che è la stessa roba che ho detto fino adesso. Adesso l’ho detta in maniera un po’ particolare.” Il cortocircuito ha due versi: se la vita non incontra la potenza, “resta intuizione”, si sente che c’è altro senza che prenda forma; se la potenza si estende senza la vita diventa “occupazione e possesso”, ci si espande per tenere e non per aprire. Sono due forme negative della stessa dinamica.

I tre gesti con cui l’articolo porta il caso nella vita vengono letti uno a uno. Il primo è riconoscere che cosa chiami definitivo: una situazione è definitiva quando hai smesso di farle domande. “Prima cerca di capire dove sei, così te ne puoi andare. Se non capisci dove sei, non te ne puoi andare.” Il secondo è distinguere i vincoli documentati da quelli supposti: “in che codice è scritto quello che state dicendo, chi l’ha stabilito.” Il terzo è un’alternativa concreta, piccola e scritta (una richiesta, una bozza, una prova di una settimana) che qualcuno possa verificare. La risposta sarà spesso parziale, e parziale non significa sbagliata. Per chi conduce, la condizione è una: “Verificabile. Altrimenti rimane sempre una tua idea, una tua invenzione.”

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Il possibile che resta al riparo

Infografica — Il possibile che resta al riparo: la tentazione della protezione e l'ostacolo del rifiuto. Teca con soprammobile, farfalla sotto campana, il «no» e un cancello.

L’ultima parte dell’articolo è l’ombra: che cosa succede quando nessuna forma basta. Il quadro dei rischi è di Sibaldi, che nell’Agenda li descrive come risultare troppo inattuali, sentirsi troppo soli, lasciarsi prendere dallo sconforto perché tutto sembra troppo noioso. L’articolo li legge come due derive possibili del movimento, ed è una lettura del Corpus. L’ombra non è attribuita a Contarini.

La prima deriva è il possibile che non accetta nessuna forma: se ogni forma sembra troppo poco, nessuna viene provata. Chi conduce: “Il possibile non accetta una forma definita perché è possibile; se tu lo metti in una forma diventa l’attuale; smette di essere possibile.” Pensato, il possibile resta possibile; quello che la serata aggiunge è che senza una forma non viene messo alla prova e non incontra nessuna risposta. Il lato in ombra è la noia: “Ogni volta che qualcosa da possibile diventa fattibile, tutto qui è uguale, e tutto qui che noia, che barba, tutte le volte la stessa roba.” E la precisazione: “Stiamo parlando dell’ombra, eh? Quando l’energia è in ombra, c’è il contrario.”

La seconda deriva è il possibile che non si espone a una risposta. Una possibilità tenuta per sé non incontra il no di nessuno, e nemmeno il sì: resta intatta, e sola. Chi conduce si ferma sulla parola intatta: non toccata, non rovinata, non sgualcita. “Non ti dà l’idea di un soprammobile?” Una partecipante riconosce la descrizione come quella della propria vita.

La domanda con cui l’articolo la porta nella vita è se la stai lasciando aperta o se la stai tenendo al riparo. L’obiezione arriva subito: a riparo nessuno mi può dire niente, non rischio. Chi conduce: “ma non rischiando non fai.” E a chi non si presenta ricorda: “non presentandoti eri già rifiutato.” Il no, poi, ha un peso suo: “il no è un no per quello che è, ma per come lo vivo io è tragedia.” E ancora: “il no è come lo vivo io nel mio mondo, quindi di per sé non è niente, lo carico di quella roba lì.” Un filo vicino è quello della serata del 24 settembre: “Non l’impossibilità. Il rifiuto.” Il punto, lì, era il costo del rientro: bisogna rinunciare alla protezione che la distanza garantisce.

A una partecipante chiede: “tu perché ti porti dietro sta convinzione che il rifiuto è una cosa brutta?” La risposta è un’altra frase che chiude, detta con sincerità: “semplicemente perché non me lo chiedo.”

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Il bastone sotto l’armadio

Infografica — Il bastone sotto l'armadio: fermare la ruota, usare il bastone, rendere un'abitudine la svolta. Un uomo solleva un armadio con un bastone.

Il ritorno al concreto passa per un racconto. Chi conduce doveva spostare un armadio. Aveva un’idea fissa: “devo fare in fretta perché devo sistemare la camera.” Un conoscente ne aveva un’altra, faticare il meno possibile. “Lui trova la soluzione. Io sto ancora pensando a sistemare la camera. Non sto pensando a spostare l’armadio.” La soluzione era un bastone infilato sotto, e a lui è venuto in mente perché non aveva fretta. Il proverbio, detto in stanza, è quello della necessità che si fa virtù.

Il meccanismo è chiaro: quando è di fretta “non mi viene in mente niente, perché sto pensando ad altro.” Oppure, in versione quotidiana: “dove sono gli occhiali?”, quando il pensiero è al documento che deve leggere. Le idee vengono quando si smette di girare. L’immagine è quella della ruota del criceto: “voi dentro la vostra testa con il criceto che gira”, e “io quando ho smesso di far girare la ruota ho cominciato a capire.” Finché la ruota gira, non c’è modo di farsi nemmeno la domanda: “ma sta cosa mi è utile?”

C’è anche una nota su chi sa che cosa. Chi conduce dice di vedere quello che manca e, nell’altra persona, quello che c’è: “È utile lui, in altri momenti sono utile io.” E sull’umiltà: “a molta gente la capacità altrui dà fastidio perché gli fa vedere quanto è inadatto.” Chi la possiede, invece, la cerca.

Poi il collegamento con la presenza. “Ogni volta che ti parte una reazione te ne accorgi, la cambi.” Ma per accorgersene bisogna esserci: “ogni tanto ti devi chiedere: che sta succedendo?” “Non siete presenti a voi stessi?”, chiede chi conduce, e la risposta del gruppo è un sì. È il filo della serata dell’ottenere: “Accorgersi del meccanismo, nel momento in cui accade, è il modo per allentarlo.”

E così il bastone torna in chiusura. Chi conduce era occupato in altro, e “non mi è venuto in mente il bastone.” “Ma guardate che utilità bestiale.” Era lì, semplicissimo: “oggi ho fatto da solo con una mano”, “alzi l’armadio con il piede di porco, ci infili sotto il bastone, lo spingi con un dito.” Senza fretta.

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Un bastone sotto un armadio, una ruota che si ferma. Poi l’ultima frase della serata, detta da chi conduce come se fosse un compito: “c’è sempre una prima volta, rendiamola un’abitudine.”

“Oh, il semaforo è verde.” Ancora dieci secondi, e sarà giallo.



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Disclaimer

Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono, qualora necessari, percorsi professionali, terapeutici o religiosi.

Il resoconto può richiamare concetti, testi, conferenze e seminari di Igor Sibaldi: quando lo fa, ne rielabora i contenuti senza presentare le proprie formulazioni come parole dell’autore. Le connessioni, le applicazioni e le interpretazioni sviluppate nella serata, come l’elaborazione delle energie a partire dalle fonti ottocentesche (Lenain, d’Olivet), sono lettura del Corpus Sibaldianum e non vanno attribuite a Igor Sibaldi.

Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi, che non ne è responsabile.

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