Puntata #11 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata del 1 ottobre 2026.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniGiovedì 1 ottobre 2026, ultimi giorni di reggenza di ḤaʿMiYaH, la numero 38, nel coro delle Potestà. L’angelo resta sullo sfondo. Il testo da cui si parte è un altro: un partecipante ha chiesto di leggere la versione appena pubblicata di Mollare per ottenere, l’approfondimento sull’arte di lasciare andare il controllo. La lettura parte, si interrompe presto, e quello che il testo mette in gioco comincia ad accadere nella stanza.
Il testo e la stanza

Questa sera il testo di partenza non è un articolo su un’energia ma un approfondimento che già c’è, e che il gruppo rilegge a distanza di tempo.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniLa platea è vuota

Si comincia da qualcuno che racconta di un’agitazione. Non è la difficoltà in sé, è lo sguardo: la sensazione che qualcuno, dall’altra parte, stia guardando quello che si fa e quello che non si fa, e giudicando. Il conduttore risponde con una frase semplice: per te è così. Per chi la vive è così, ed è una cosa diversa dal dire che è così. Quello che ciascuno vede, sente, crede e percepisce appartiene alla sua esperienza. Si può prendere distanza dalla sensazione e allargare il punto di osservazione, ma il punto di partenza resta una prospettiva sola.
È la stessa immagine che apriva la serie, nella serata su YeYaYeL: l’attore che recita davanti a una platea che, a guardare bene, è vuota. Chi si sente osservato sta recitando per qualcuno che in quel momento non è nemmeno presente. È solo nel suo immaginario.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniIl risultato che arriva

Il conduttore ripete una tesi che torna a ogni passaggio della serata: si ottiene sempre e solo quello che si vuole. Non c’entra se quello che si vuole è positivo o negativo per noi. Funzioniamo così: siamo disposti a qualunque cosa pur di ottenerlo. Da qui una constatazione quasi provocatoria: siamo tutte persone di successo, perché tutto quello che ci è venuto in mente l’abbiamo ottenuto. L’agitazione quotidiana, il lamento, il problema che torna ogni giorno sono risultati. Qualcuno li sta producendo con grande costanza.
Per il conduttore, chi dice di non ottenere niente sta guardando male: quello che ottiene è proprio ciò che, in qualche modo, continua a volere, e non vuole vederlo. La domanda della serata non è se quel risultato sia giusto o sbagliato, positivo o negativo agli occhi degli altri: è che cosa si sta realmente ottenendo, e quindi che cosa si sta realmente volendo.
Il criterio che il conduttore propone per cominciare a vederlo nella serie è già tornato più volte. Se un comportamento produce, giorno dopo giorno, un risultato che non si vuole (agitazione, ansia, lamento), c’è motivo di mettere in discussione quel comportamento. Questo è darsi torto — lo stesso gesto della puntata Decidere di avere torto: se continuo a comportarmi così e ottengo questo, il comportamento non sta funzionando. E si torna a un esercizio già comparso nella puntata #9: restare fermi per trenta secondi e accorgersi che non sta succedendo niente, che non cade il tetto, che non crolla il mondo.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniQuello che non vuoi mollare

Se ciò che ottengo è ciò che voglio, allora ogni cosa che continuo a non mollare sta partecipando al risultato che continuo a ottenere. Il conduttore lo dice senza giri: se non l’hai mollato, a cosa ti serve? Quando non c’è niente da rimetterci la risposta arriva subito; quando c’è, comincia la resistenza. È il discorso sul guadagno della puntata Ira e rabbia: non si abbandona un comportamento finché non si vede che la cosa opposta porta di più. E finché c’è il guadagno, i fatti non si possono guardare.
A questo punto la serata fa un passo che apre un’altra porta. Come si impara a rinunciare? Il conduttore indica la strada nell’avarizia, letta alla maniera di Sibaldi come paura di rimanere senza: non riguarda solo il denaro, ma il trattenere ciò che si teme di perdere. Chi non molla niente non molla neanche le proprie convinzioni; secondo il conduttore, quando si riesce a vedere la propria avarizia e a provare per quella vista un autentico fastidio, il resto si molla da solo.
La stessa dinamica funziona su un piano meno materiale. Qualcuno nella stanza si chiede perché abbia l’impressione di avere sempre poco da dare. Il conduttore risponde che non è questione di energie, è questione di idea di sé, di principio di identità: se penso di non valere niente, non ho niente da dare, e quel poco che ho me lo tengo stretto. Non mi espongo, non parlo, perché le mie parole varrebbero poco. E quando mi espongo lo faccio nel modo che conferma l’idea: la domanda di cui conosco già la risposta, il passo falso. Non faccio una domanda inutile per sapere qualcosa. La faccio per dimostrare all’altro di essere il tipo di persona che fa quel tipo di domanda. È ancora voler avere ragione: devo dimostrare che il mio giudizio su di me è giusto, e chi mi sta davanti deve controfirmare.
Poi c’è l’immagine del tram, che nella serata torna con tutta la sua forza: una fermata dove non c’è il palo, non c’è il filo aereo, non ci sono i binari, e dove da trent’anni non passa niente. Chi aspetta lì dice, in sostanza: ho aspettato trent’anni, quindi non posso ammettere che la fermata non esiste. Più si è investito, più diventa difficile andarsene; e il tempo già speso diventa la ragione per spenderne ancora altro. Il conduttore lo chiama con il suo nome: non è speranza, è non voler rinunciare.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniSenza riserve

Decidere, quindi, non è dichiarare un’intenzione. Il conduttore lo dice con una formula: finché lo dici e non succede niente, non l’avevi deciso. Decidere senza riserve significa essere disposti a fare tutto ciò che serve; quando la decisione c’è davvero, il lavoro più grosso è già fatto e il resto procede da sé, senza bisogno di rimettere tutto in discussione a ogni passo. Quel genere di decisione, quando c’è, si riconosce: cambia la faccia, cambia l’atteggiamento.
Ne dà un esempio dal proprio lavoro. Registrare l’audio dell’ultimo articolo ha richiesto dieci versioni. Per tutto il tempo c’era la tentazione di pubblicare così com’era, e di dire che ormai non importava più. Ma se si è deciso di pubblicare l’articolo quando è pronto, si porta a termine finché non è pronto. Nella lettura del conduttore, quando una cosa non va è spesso perché si sta puntando alla fine invece di guardare ciò che si sta facendo: la fretta di finire nasconde l’errore in corso. Fino a che la decisione non cambia, la si porta avanti. Era la decisione presa, non la scadenza, a tenere il filo.
Poi i ravanelli: chi oggi non li pianta non li raccoglierà fra due mesi, e il giorno perso non si recupera. Chi non sta raccogliendo niente, domanda il conduttore, quando è che non ha seminato?
Resta la domanda su come si ottiene quel senza riserve, quella decisione che non lascia nulla da parte. Il testo che si stava leggendo, nella parte che arriva alla stanza, dice una cosa che sembra controintuitiva e che invece è meccanica: la tensione con cui si pretende un risultato altera il gesto. Il tennista che vuole disperatamente vincere il punto può irrigidirsi e compromettere il colpo: quello che dovrebbe essere concentrazione diventa attaccamento al risultato. Nella lettura del conduttore, quello che sembra fermezza può diventare rigidità difensiva.
Accorgersi del meccanismo, nel momento in cui accade, è il modo per allentarlo. Non dirselo: coglierlo sul fatto. Ci si accorge dell’ansia, ci si accorge che la domanda poteva essere evitata; esercitando questa attenzione, il riconoscimento diventa sempre più immediato, finché a un certo punto frena un attimo prima e il gesto non parte più. È un’attenzione che, esercitata abbastanza a lungo, diventa autonoma, e che nessuno può esercitare al posto di un altro.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniIl doppio obiettivo

Poi arriva il momento che molti ricordano. Qualcuno nel gruppo dice che vorrebbe giocare meglio a tennis ma non riesce a smettere di mangiare dolci. Il conduttore fa la domanda che sposta tutto: se mangi dolci non giochi bene a tennis, e non smetti di mangiare dolci. Quindi non vuoi giocare bene a tennis. Vuoi mangiare dolci. Cosa c’è di sbagliato?
Quel sbagliato è la parte interessante. Il problema non è volere i dolci. Il problema è dirsi di volere altro e continuare a scegliere quelli: è un doppio obiettivo, due risultati cercati nello stesso momento, di cui uno solo viene dichiarato. Chi segue il manuale perché il manuale lo prescrive, e non perché ha deciso, fa le cose per non sentirsi sbagliato, ed è un movimento che non porta da nessuna parte. È lo stesso nodo del fare per fare e della misura: quando un gesto serve solo a non sentirsi sbagliati, non si sta scegliendo: si sta eseguendo un giudizio. Il punto emerso nella serata è un altro: fare quello che si decide, quando e come si decide, e smettere quando il risultato smette di piacere. Non quello che secondo gli altri è giusto fare. E, proprio per questo, assumendosi il risultato che quella scelta produce: se è tua, sei tu a rispondere di ciò che ne esce.
E quel giudizio, a ben guardare, ha un’origine. Una partecipante riconosce in sé la convinzione che la madre non l’abbia amata perché si era convinta che la madre la considerasse sbagliata: una convinzione che non aveva mai guardato, perché era diventata l’aria che respirava. Il conduttore la rimette sul tavolo con una domanda: non avete mai pensato che possa essere stata lei a non aver capito? E subito dopo toglie a entrambe le versioni il peso della verità: sono racconti. Non si tratta di stabilire quale sia vera, ma di decidere se continuare a raccontarsi la prima.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniO l’uno o l’altro

Qui la serata si avvicina al suo punto d’arrivo, e lo fa con un’immagine quasi carceraria. Chi ha vissuto quarant’anni dentro un racconto di sé ha scontato una pena lunga. Con la buona condotta si esce prima; e comunque, per molti, la pena è già scontata: resta solo da decidere di uscire.
E poi la sera si avvicina alla domanda con cui si chiude. Se due persone la pensano in modo diverso e dentro di te tutte e due hanno ragione, non puoi prendere posizione, perché dovresti mollare una delle due. Non è una questione di logica: due persone su una cosa non devono essere per forza d’accordo. È una questione di ciò che si sta ottenendo: non vuoi mollare quello che hai, e finché non lo molli prendere posizione è impossibile. Se la domanda resta aperta, ancora una volta è perché a qualcosa serve.
Alla fine rimane un’immagine sola. Chi ottiene sempre quello che vuole sta già ottenendo qualcosa; chi vuole ottenere altro deve prima lasciare andare quello che ottiene adesso. Il resto è un tram che non passa.
Per chi c’era: la banana.
Disclaimer
Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono, qualora necessari, percorsi professionali, terapeutici o religiosi.
Il resoconto può richiamare concetti, testi, conferenze e seminari di Igor Sibaldi: quando lo fa, ne rielabora i contenuti senza presentare le proprie formulazioni come parole dell’autore. Le connessioni, le applicazioni e le interpretazioni sviluppate nella serata, come l’elaborazione delle energie a partire dalle fonti ottocentesche (Lenain, d’Olivet), sono lettura del Corpus Sibaldianum e non vanno attribuite a Igor Sibaldi.
Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi, che non ne è responsabile.
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