Approfondimento

Il gusto dell'arrabbiatura

18 agosto 2026

Il gusto dell'arrabbiatura — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026

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Preferisci ascoltare invece di leggere? Questo episodio rielabora i temi dell'articolo in forma di conversazione, mantenendone i concetti essenziali e adattandoli all'ascolto. È pensato per accompagnarti durante spostamenti, passeggiate o altre attività quotidiane.

Puntata #4 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata del 13 agosto 2026.

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Giovedì 13 agosto 2026. Il calendario è nell’ultimo giorno del periodo di reggenza di #28 ŠeʼeHaYaH — una Dominazione legata alla longevità, alla calma che preserva. La serata non è esattamente calma. Comincia con un’arrabbiatura in corso — reale, personale, non ancora risolta. Un partecipante la porta nella stanza così com’è, senza mediazioni: la sofferenza diretta di chi si è trovato, ancora una volta, a reagire in un modo che riconosce e non riesce a smettere di fare.

È da lì che parte tutto. Sullo schermo c’è un articolo appena pubblicato, Il campo dei settantadue, ma la serata troverà il suo centro altrove: in un messaggio inviato al gruppo durante la settimana, sulla differenza tra ira e rabbia. Viene riletto quella sera ad alta voce.

Il testo e la stanza

Sul sito esistono due serie. La prima è costruita a partire dalle descrizioni delle 72 intelligenze che Igor Sibaldi ha elaborato nel suo sistema. La seconda, quella attuale, torna alle fonti ottocentesche — Lenain, La Science Cabalistique (1823), e Fabre d’Olivet, La langue hébraïque restituée (1815) — e le rilegge attraverso la prospettiva psicologica aperta da Sibaldi: non chiedersi soltanto che cosa queste figure descrivano, ma che cosa possano indicare quando vengono considerate come strutture interiori.

Il materiale è antico. Il modo di interrogarlo appartiene al presente.

Il campo dei settantadue è un testo metodologico: chiarisce che i 72 nomi non sono 72 blocchi isolati, ma configurazioni di un campo continuo con affinità interne, punti di sovrapposizione e cuspidi. Che l’essere umano, in teoria, ha accesso a tutte e 72 le configurazioni — e che il lavoro non è arroccarsi sulla propria, ma rimuovere ciò che impedisce di agire la propria e le altre 71.

Quella sera il testo rimane aperto sullo schermo, ma non è lui a dare il tono. La stanza ha già il suo materiale: un’arrabbiatura vera, portata da chi la stava vivendo — un messaggino non risposto, un’aspettativa delusa, il solito meccanismo che si riattiva e che si riconosce e che non si riesce a lasciare andare.

È a partire da lì che viene riletto il messaggio inviato al gruppo durante la settimana: un brano sulla distinzione tra ira e rabbia. Non arriva come testo da studiare — arriva come specchio di qualcosa che è già in corso, che è sempre in corso, in ognuno di noi, senza che ce ne rendiamo conto. La stanza lo ascolta, e riconosce.

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Due motori, due guasti

Due motori, due guasti — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026.

Il testo distingue nettamente: ira e rabbia non sono sinonimi.

L’ira, secondo la lettura sibaldiana, appartiene alla mente: è l’espressione più diretta della certezza di avere ragione. Si inalbera solo chi è convinto di stare dalla parte giusta — chi, in qualunque situazione, percepisce la diversità dell’altro come un attacco intollerabile al proprio schema del mondo. La dinamica è meccanica: mi sono costruito un mondo, quel mondo ha delle regole precise, arriva qualcuno che non le rispetta — e il sistema va in tilt. Non perché ci sia un pericolo reale, ma perché la mappa è stata confusa con il territorio.

La rabbia è diversa. Non nasce dalla presunzione di avere ragione, ma da qualcosa di più antico: la frustrazione ripetuta, il desiderio sistematicamente negato. Nel metodo di Sibaldi essa si manifesta quando l’energia vitale — l’eros nel senso più ampio di pulsione a unire e creare — viene compressa fin dall’infanzia. Ciò che non trova uscita si accumula e si ripiega verso l’interno. Il Corpus definisce questa dinamica come una vera e propria patologia dell’impotenza, che si traduce in rimuginio, tensione somatica e irrigidimento.

Nella serata del 30 luglio questa stessa dinamica era apparsa sotto forma di lista — l’energia dei talenti non espressa che si riversa nel disturbo comportamentale. L’uscita cambia; la struttura che la produce è la stessa.

La serata si ferma su questo punto. Si ferma perché qualcuno dice: entrambi.

Non ira oppure rabbia — entrambe. Una alimenta l’altra: la frustrazione dell’impotenza crea il bisogno di avere ragione, e il bisogno di avere ragione produce ulteriore impotenza ogni volta che il mondo non si adatta alla propria mappa. Il motore gira a vuoto, è sempre pronto a innestare la marcia, e basta poco — un sorriso non visto, un messaggino in ritardo sulla propria tabella oraria — per farlo partire.

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Il guadagno invisibile

Il guadagno invisibile — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026.

A questo punto la conversazione prende una piega inattesa — almeno per chi sperava di ricevere una tecnica per smettere di arrabbiarsi.

La domanda che chi conduce pone non è: come si risolve? È: ti è utile?

E la risposta onesta, quella che emerge lentamente, non è no. È: sì, in qualche modo.

L’arrabbiatura ha un sapore. Non è un sapore piacevole in senso ordinario, ma è un guadagno reale: la sensazione di stare dentro qualcosa di intenso, di avere una posizione difendibile, di non essere nel vuoto. La bolla in cui ci si chiude quando si è incazzati — la stanza, le cuffie, il muro eretto intorno alla propria logica — è anche l’unico posto in cui nessuno può contraddirci, l’unico posto in cui il proprio potere non può essere messo in discussione — e dove, almeno, ci si sente appagati, potenti. Una soddisfazione che sentiamo reale, anche se solo dentro il nostro mondo.

La meccanica del rimuginio funziona allo stesso modo. Il rimuginio non è qualcosa che accade: è qualcosa che si sceglie, punto dopo punto, ogni volta che la mente ritorna su quell’evento invece di andare altrove. Si torna perché si spera, ogni volta, che la storia finisca diversamente. Non può finire diversamente — è già successa. È la stessa struttura che nella serata del 6 agosto aveva un altro nome: difendersi invece di continuare. Lì si trattava di un attacco esterno; qui l’attacco è un ricordo. Ma il meccanismo è identico — l’asse si sposta, e il movimento si ferma.

Ma finché si rimugina, si resta dentro quel momento: e restare dentro quel momento ha una funzione. Di solito è non dover guardare oltre — e non dover smettere di godere dell’unica forma di potenza che la bolla garantisce.

Emerge una formula precisa: l’essere umano non fa niente che non gli porti qualcosa. Anche il comportamento che lo danneggia, anche l’abitudine che lo tiene fermo, anche il meccanismo che riconosce e condanna — se lo mantiene, è perché ne trae un guadagno. Non lo si abbandona finché non si vede che la cosa opposta porta di più.

Questo non è un giudizio: è una descrizione della struttura. La compassione verso se stessi, qui, non è un’opzione sentimentale — è la condizione minima per riuscire a vedere il guadagno senza doversi difendere da esso.

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L’abito e la batteria

L'abito e la batteria — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026.

Il principio di identità ritorna. Era già apparso nella serata del 30 luglio come prigione morbida e nella serata del 6 agosto come struttura che si irrigidisce difendendosi; qui torna con una variante ulteriore: non solo come vincolo, ma come motore dell’arrabbiatura stessa.

L’immagine che circola nella stanza è quella del teatro: ogni attore, appena sale sul palco, indossa un abito — e da quel momento non può fare altro che recitare il personaggio che quell’abito richiede. Il palco è la vita, l’abito è l’immagine di sé cucita nell’infanzia, il personaggio è ciò che si continua a essere anche quando si vorrebbe smettere. Non si tratta di fingerlo: si è quel personaggio, finché l’abito non viene tolto.

E l’abito, quasi sempre, include una clausola sull’arrabbiatura. Se il personaggio è quello che ha subito, l’ira è parte del costume. Se il personaggio è quello che non ottiene mai quello che vuole, la frustrazione è strutturale. Non si può smettere di arrabbiarsi semplicemente decidendo di farlo — come non si può smettere di recitare Amleto restando sul palco di Elsinore.

Un momento concreto fissa l’immagine: qualcuno in stanza ha una batteria ferma in un angolo da dieci anni. Non la suona. Non perché non sappia, o non voglia — ma perché suonare la batteria appartiene a qualcuno che può, e l’abito che indossa in quel momento non prevede questa possibilità. Fare rumore, occupare spazio, esprimere qualcosa ad alta voce — tutto questo sfrega contro un’istruzione interiorizzata così in profondità da non sembrare più un’istruzione. Sembra la realtà.

Qualcun altro, quella stessa sera, descrive di suonare la chitarra toccando le corde appena — piano, piano, per non disturbare. Compresso come il volume di un audio che anche a livello massimo resta sottotraccia.

È lo stesso meccanismo: la pulsione c’è, l’energia c’è, ma il principio di identità la tiene bassa. E ciò che non si riesce a esprimere si accumula — e poi cerca un’uscita. A volte è un messaggino non risposto che diventa insopportabile.

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Ferita e trauma

Ferita e trauma — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026.

A un certo punto la conversazione apre una distinzione che merita di restare separata: la differenza tra ferita e trauma, nel modo in cui queste due parole vengono usate nel sistema di Sibaldi.

Non sono sinonimi, e confonderli ha conseguenze pratiche.

La ferita si ricorda. Ha un nome, una data, un volto. Si può tornare lì, raccontarla, lavorarci sopra. Il problema è visibile — e proprio per questo può essere affrontato direttamente.

Il trauma, nella lettura proposta quella sera, è diverso: non si ricorda con la stessa chiarezza, o non si ricorda affatto, perché è stato rimosso dalla coscienza nel momento in cui era troppo doloroso da integrare. Non produce rimuginio — produce comportamento. Si manifesta non come pensiero ricorrente ma come reazione automatica, come impossibilità sistematica di fare determinate cose, come pattern che si ripete senza un motivo apparente. Non lo si trova cercandolo: ci si sbatte contro mentre si cammina.

Questo cambia il modo in cui si legge la serata stessa. Quando il rimuginio non porta da nessuna parte — quando si gira e rigira sullo stesso punto senza vedere — potrebbe essere che ciò che si sta cercando non sia nella ferita visibile, ma in qualcosa che sta più in profondità. E quello non si raggiunge guardando direttamente.

Si raggiunge facendo cose. Muovendosi. Accettando di sbatterci contro per vie traverse.

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La compassione prima di tutto

La compassione prima di tutto — serata del Corpus Sibaldianum del 13 agosto 2026.

La chiusura della serata torna su quello che nel sistema dei 72 viene indicato come l’ultima clavicola — la compassione.

Non come sentimento da coltivare, non come atteggiamento da adottare. Come strumento che smonta le strutture — a partire da quella dell’ira.

La compassione, nella lettura che il Corpus fa del sistema sibaldiano, è la capacità di separare la persona da ciò che ha fatto, e di chiedersi se, nel momento in cui lo ha fatto, era in grado di fare diversamente. Non è una scusante: è una lettura della causalità. Chi agisce lo fa sempre a partire da ciò che sa, da ciò che riesce a vedere, da ciò che il proprio abito gli permette di fare in quel momento. Riconoscere questo non significa approvare — significa togliere al comportamento dell’altro il potere di definire la propria realtà.

Applicata a se stessi, la compassione ha la stessa struttura. Ah, che stupido che sono stato — ma nel momento in cui lo hai fatto, sapevi che era un errore? No. L’hai capito dopo. Allora perché incolparti retroattivamente per qualcosa che non potevi ancora vedere?

Il rimuginio non sopravvive alla compassione. Non perché la compassione lo vinca — ma perché gli toglie l’energia. Se il passato è già chiuso, non c’è niente da risolvere rigirandolo. Se l’altro non ha agito intenzionalmente contro di te ma a partire da ciò che era, non c’è nessuna ingiustizia da riscattare. Il motore gira a vuoto e, per la prima volta, non ha dove innestare la marcia.

Da lì viene anche il cambio di paradigma su cui la serata si chiude: abbandonare la logica di causa-effetto — tutto accade perché è successo qualcosa prima — e passare alla logica dello scopo: tutto accade per qualcosa che viene dopo. Il passato come spinta è un vincolo; il futuro come direzione è un campo aperto. Cambiare quella sola premessa non aggiusta un problema: ridisegna il territorio in cui i problemi esistono.

Il campo dei 72 resta aperto sullo schermo. La serata non è finita con un’angolazione tecnica sull’angelologia, ma con qualcosa che le 72 configurazioni, in fondo, cercano di dire tutte: l’energia che non riesci a esprimere non sparisce — cerca un’uscita. E l’uscita che sceglie dice molto su dove sei rimasto fermo.

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Chi era presente giovedì 13 agosto sa di quale messaggino si parlava, e di quale batteria. Chi non c’era ha comunque, quasi certamente, la propria versione di entrambi.



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Disclaimer

Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.

Le chiavi di lettura psicologica presentate — la distinzione tra ira e rabbia, il rimuginio come comportamento scelto, la differenza tra ferita e trauma, il principio di identità — derivano dagli studi, dalle conferenze e dai seminari di Igor Sibaldi, e sono qui intese e applicate secondo la lettura del Corpus Sibaldianum. L’elaborazione delle energie a partire dalle fonti ottocentesche (Lenain, d’Olivet) è del Corpus Sibaldianum.

Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi.

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