Puntata #12 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata dell’8 ottobre 2026.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniGiovedì 8 ottobre 2026, ultimo giorno della reggenza numero 39, RaHaʿeʼeL, nel coro delle Potestà. L’angelo resta sullo sfondo: che la data cada lì non dimostra nessun legame con quello che è successo. La serata non parte da un’energia e non parte da un testo preparato. Parte dalla chiacchiera, e a un certo punto la conversazione cambia passo: dal cosa facciamo al come guardiamo ciò che facciamo. Nessuno lo decide. La stanza ci scivola dentro, e ci resta.
La stanza e chi la guarda

Il materiale della serata non è né un’energia né un articolo del sito. Il testo arriva strada facendo, richiamato da ciò che si sta dicendo: chi conduce legge un passo del corso Vizi e virtù che Sibaldi ha tenuto nel dicembre 2017, dalla seconda serata, e lo introduce così: “Ora che me l’avete fatto venire in mente vi leggo un passaggino”. Del corso resta il pensiero di Sibaldi, come lo racconta chi conduce. Gli esempi, i commenti e le testimonianze sono suoi; il filo che li tiene insieme, e i rimandi alle serate precedenti, sono lettura del Corpus.
La serata era cominciata molto prima, con una battuta sugli audio e sugli articoli che quasi nessuno ascolta o legge. Da lì un primo spunto: ammettere una cosa a parole non basta. Se la si sentisse davvero, qualcosa sarebbe già cambiato; se si resta sempre allo stesso punto, vuol dire che la si dice senza sentirla. Poi un secondo, sulla presenza. Interessarsi all’altra persona vuol dire esserci e accorgersi di cosa succede, senza avere in testa solo il risultato da portare a casa. Chi è chiuso nei propri obiettivi non vede più con chi sta parlando.
Il tema del come nasce da qui, dalla conversazione e non da una scaletta. E sposta la domanda: da che cosa succede nella stanza a chi guarda la stanza, cioè al rapporto fra chi osserva e ciò che osserva.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniIl semaforo che non esiste

Il passo del corso apre con una distinzione che rende comprensibile il titolo. Chi conduce spiega che Sibaldi separa ciò che c’è, per tutti, da ciò che esiste solo per chi lo nota. Il semaforo c’è. Se non lo noto, per me non esiste. Il semaforo che non esiste, dunque, è quello che non esiste per chi non lo nota, non una negazione della realtà fuori di noi.
Su questa distinzione si regge il ragionamento, che chi conduce ricorda con parole sue. Di solito chiamiamo verità ciò che corrisponde alla percezione oggettiva: dividiamo il mondo in percezioni soggettive e oggettive, e il termometro decide fra la sensazione di freddo e i gradi reali. In questa impostazione il soggettivo risulta in genere falso quando non coincide con l’oggettivo, e per questo, per Sibaldi, la verità così intesa porta a tacere. Nel passo letto, Sibaldi stesso premette che in filosofia la definizione di verità è controversa e che parla della maggior parte dei casi. Poi Sibaldi, nel racconto di chi conduce, cambia prospettiva: ciò che sta fuori può essere osservato da qualcuno, e chi osserva ha il potere di far esistere quella cosa nel proprio mondo. Il modo in cui quella cosa viene percepita può cambiare l’esperienza e il significato che ha per me, e questo non necessariamente cambia la cosa esterna. A questo chi conduce collega un’ultima osservazione: le verità e le realtà sono molte, e se se ne ammette una sola si finisce per accusare gli altri di mentire. Il discorso richiama anche la distinzione che la puntata del 3 settembre aveva fatto tra fatti e giudizi: che qualcuno pensi quello che pensa è un fatto, che abbia ragione o torto è un giudizio.
È lo stesso movimento che la puntata del 17 settembre aveva messo al centro: la struttura attraverso cui si guarda non si vede mentre la si sta usando.
Gli esempi, a questo punto, sono di chi conduce. Lo stesso colore visto in modo diverso da persone diverse, anche per effetto dello schermo. Un motivo a scacchi che disturba qualcuno perché gli ricorda qualcosa, e per altri è solo una tovaglia. Il metro campione che, con il caldo, si dilata insieme al foglio che misura: l’esempio serve a ricordare che anche una misura richiede strumenti, condizioni e criteri condivisi, non a negare che esistano cose misurabili. E un’immagine: fino all’occhio il vedere è automatico, da lì in poi si è autori di ciò che si vede, un po’ registi e un po’ tecnici delle luci del proprio film.
Poi arriva l’obiezione, e arriva da chi ascolta: se è soggettivo, allora è falso? Dietro l’obiezione c’è la paura di perdere la possibilità di avere ragione. Nella stanza la risposta non è stata che allora è tutto vero, ma che è vero per me e non per tutti; e se nella definizione il soggettivo risultava falso solo in genere, e non sempre, era una cautela nel dirlo, non una sentenza. Resta però una resistenza, che chi conduce riconosce: se la propria lettura è parziale, viene da pensare che sia sbagliata, che quindi non si possa più avere ragione, e lo si sente come una perdita. È una perdita vera, e non va fatta sparire in fretta: accorgersi che la propria lettura è parziale non rende liberi da un momento all’altro. Da qui chi conduce ricava una conclusione propria: un po’ più di umiltà e un po’ meno bisogno di avere ragione, perché diventa meno giustificato pretendere di essere sempre nel giusto. Il 20 agosto, nella serata sull’egocentrismo, il decidere di avere torto veniva prima di qualunque cambiamento.
E il motivo per cui è difficile è anche il più concreto. Capire davvero comporterebbe cambiare, e cambiare vuol dire rinunciare a ciò che con la lettura attuale si sta ottenendo: una posizione, un’abitudine, un vantaggio. Il giro è sempre lo stesso, quello della serata sull’ottenere: stare in questo stato, cosa mi fa ottenere? Ciò che ci tiene dove siamo è un guadagno personale, quasi mai del tutto consapevole.
Un caso concreto, nella stanza, riguarda l’immagine di sé. Una convinzione negativa su di sé può prevalere anche sui riscontri positivi: l’idea che ho di me pesa più di ciò che gli altri mi dicono, e un può essere detto a un riscontro non è fiducia. È il giro che la serata del 6 agosto aveva descritto: se si parte dalla convinzione di fare schifo, l’ultimo posto in cui si vuole andare è dentro se stessi. Per cambiarla bisognerebbe rinunciare a qualcosa, e cambiare costa. È il punto in cui rientra la superbia, che la serata sulle sette malattie aveva già letto come difesa e compensazione, non come eccesso di stima di sé. Nel senso comune della parola è un’altra cosa, e qui non si discute di quella. L’esercizio proposto in stanza è semplice: in una scala da 0 a 10, dove ci si colloca? Poi pensarsi, anche solo per un po’, un punto più in alto. L’effetto atteso non è convincersi, ma notare che nessuno lo impedisce.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniAffidarsi prima di capire

Osservare non equivale a conoscere una realtà senza mediazioni. Riconoscere i limiti della propria comprensione, però, apre una possibilità di movimento, e il passo del corso lo mostra passando a un’altra virtù romana: affidarsi, avere fede. Chi conduce ricorda che Sibaldi collega la veritas all’affidabilità, il potersi fidare di una persona, e la presenta come preparazione alla fede. Il legame con il discorso sulla verità è già nel corso.
Il resto è di chi conduce. Un atto di fiducia si ha quando non serve capire tutto: una cosa si sente giusta anche se viene da un’altra parte e non coincide con quello che si pensava. Il freno è il bisogno di capire tutto prima di fare un passo. Si vorrebbe ridurre ogni cosa a una scatolina da archiviare, e così ci si risparmia di pensare, di faticare, di sudare. Ma proprio questo blocca.
Chi conduce porta una testimonianza sua, e come testimonianza va letta, non come prova. Dopo essere passato dal devo capire prima al vedo come va, racconta che la serata prende forma senza averla preparata e che la giornata si riempie. Quando qualcuno chiede se è la vita a farti capire che hai fatto bene, la sua correzione è precisa: “Non ti dà risposte, si configura.” Di qui descrive, a modo suo, il cambiamento della propria esperienza, senza farne una legge e senza attribuire alla realtà un’intenzione che la sua testimonianza non può dimostrare.
Sullo sfondo c’è un’idea: ci hanno insegnato che per vivere si deve fare fatica, e la necessità di faticare viene vissuta come una realtà indiscutibile finché non si riconosce la convinzione che la sostiene. Se non la si fa, ci si sente sbagliati. È il filo della serata dell’ottenere: il gesto che serve a non sentirsi sbagliati. E c’è una distinzione tra pensare e preoccuparsi. Chi conduce dice di non pensare più come prima, perché quel pensare era in realtà un preoccuparsi, un ragionare sulle cose.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniL’agente 007

La consapevolezza permette di scegliere come stare in un contesto, invece di coincidere sempre con lo stesso personaggio. Per dirlo, chi conduce usa l’esempio che Sibaldi fa dell’agente 007: non perde la testa nel travestimento, sa chi è, sa di poter scegliere il personaggio da usare e usa quello adatto all’occasione.
L’idea, ricorda chi conduce, è di Sibaldi: si resta se stessi e, davanti agli altri, si fa quello che gli altri si possono aspettare e gestire, cioè si usa il personaggio che il contesto richiede senza scambiarlo per sé. Il Corpus la collega all’abito della serata del 13 agosto, il teatro in cui ogni attore, salito sul palco, indossa quello che il ruolo richiede: il personaggio come modalità di comportamento che si sceglie, non come identità fissa. La differenza sta nel sapere che l’abito c’è.
Dalla presenza al contesto, allora. Con ogni persona bisogna considerare quale comportamento si può adottare, senza perdere se stessi: non si può contare che gli altri si adeguino, ma si può scegliere come stare con loro. La responsabilità è di chi se ne accorge: la consapevolezza è propria. Chi conduce lo riassume così: si è consapevoli nella misura in cui, di volta in volta, si lascia il personaggio e si torna se stessi. Scegliere il personaggio è, in fondo, scegliere un come.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniChi si arrabbia, e per chi

L’attenzione può essere assorbita dalla gestione della reazione altrui, e qui la serata lo guarda come meccanismo, senza stabilire chi abbia ragione. Se, mentre qualcuno parla, si è troppo occupati a evitare di provocare una reazione, non si ascolta quello che dice. L’attenzione è spesa a sorvegliare la reazione, non a guardare chi si ha davanti. È un’interpretazione di chi conduce, e come tale la presentiamo, non come giudizio sulle persone arrabbiate.
Ne ricava una domanda, che nella stanza circola in discorso indiretto: cosa importa di come l’altro reagisce a ciò che faccio? Non per negare l’altro, ma per riportare l’attenzione su ciò che si fa davvero. Un proverbio detto in stanza, adattato, fa da eco: un medico troppo pietoso non guarisce il malato.
Lo stesso meccanismo ha una scala più piccola. Per chi conduce, chi ha bisogno di stare in un certo stato mentale, se non succede niente che lo produca, se lo procura da sé: è il guadagno invisibile dell’arrabbiatura di cui parlava la puntata del 13 agosto.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniMentre aspetti, vivi

Non tutto deve essere rimandato a un risultato futuro. Qui il discorso ha due movimenti, e restano distinti.
Il primo è del conduttore, ed è sul tempo. L’immagine centrale è questa: “il viaggio non è nascere per poi morire, ma è stare qui nel frattempo”. Tanti si chiedono perché fare qualcosa se tanto finisce, si rompe, si butta; ma nel frattempo la si usa. Non si gode mai il momento attuale perché l’intenzione è sempre altrove. Per chi conduce, vivere in attesa del venerdì vuol dire non essere liberi. Fare ogni giorno qualcosa per dovere assomiglia a dover andare a firmare; la differenza sta nel fare quello che si vuole, invece di restare nella routine. Chi ha momenti che lo riempiono non corre a cercare altro. Gli altri cercano e cercano, convinti di non avere niente.
Il secondo movimento riguarda l’attenzione assorbita, e qui le voci vanno tenute separate. Chi conduce richiama un’idea che nel corso sta in un’altra serata, la quinta: Sibaldi dice che la paura si sposta su cose facili, gesti e pensieri che si ripetono, e spiega che chi puntasse su cose molto più difficili di quelle che ha scelto finora non avrebbe quei gesti e quei pensieri ripetuti. È una sua lettura, non una regola che valga per tutti. L’esperienza raccontata in stanza è un’altra cosa: occupati in qualcosa di concreto e utile a qualcun altro, ci si diverte e non resta spazio per i pensieri di sempre, che all’uscita dal lavoro riprendono. Il ragionamento di chi conduce è semplice: la mente cosciente sta su una cosa alla volta. Le due osservazioni sono emerse nella stessa serata; non sono una relazione dimostrata, e il testo non sostiene che un’occupazione gradita faccia sparire qualcosa. Eco, senza coincidenza, della lista che nella serata sulle sette malattie perdeva importanza quando si faceva ciò che dava soddisfazione.
A margine, una nota piccola: dire una cosa e poi farla è raro. Sembra normale disdire all’ultimo, ma non lo è.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniUn po’ di meno

La conclusione porta il discorso sul piano di una scelta concreta. Quello che segue è stato registrato dopo la fine della serata: non appartiene alla stessa sequenza della discussione, e non va letto come la sua conclusione programmata. È una coda che acquista senso dentro il Corpus.
Il principio è semplice. Quando si parte da cento si può andare anche a cinquanta; quando il carico pesa o arriva l’ansia, si può fare un po’ di meno. Cinque cose invece di dieci. Nelle parole di chi conduce: “sempre un po’ di meno. Quando c’è sacrificio, un po’ di meno. C’è divertimento, un po’ di più.” Se mi diverto, faccio quello che voglio; se lo faccio per obbligo e comincia a pesare, un po’ di meno. Accontentare gli altri va bene, ma anche lì un po’ meno.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniCento, cinquanta. Dieci cose, cinque. Il come lo metti tu.
Verde. Era verde.
Disclaimer
Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono, qualora necessari, percorsi professionali, terapeutici o religiosi.
Il resoconto può richiamare concetti, testi, conferenze e seminari di Igor Sibaldi: quando lo fa, ne rielabora i contenuti senza presentare le proprie formulazioni come parole dell’autore. Le connessioni, le applicazioni e le interpretazioni sviluppate nella serata, come l’elaborazione delle energie a partire dalle fonti ottocentesche (Lenain, d’Olivet), sono lettura del Corpus Sibaldianum e non vanno attribuite a Igor Sibaldi.
Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi, che non ne è responsabile.
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