Un cognome, non un dettaglio
Ogni angelo dei 72 ha un nome che si compone in due parti. La prima — tre lettere ebraiche — viene dalle stesse fonti da cui deriva tutto il sistema: un procedimento di lettura incrociata su un passaggio dell’Esodo. La seconda parte, quella che chiude il nome, non è mai casuale: è sempre uno di due suffissi, ʼEL oppure YaH.
Nella lettura di Igor Sibaldi, questo non è un dettaglio linguistico. È un’indicazione precisa — quasi un’etichetta di fabbrica — sul tipo di energia che quell’angelo porta. Un “cognome”, per usare il termine che Sibaldi stesso applica a questi suffissi: qualcosa che si eredita, che dice a quale famiglia si appartiene.
Le due famiglie sono radicalmente diverse. E la differenza tra loro attraversa in profondità il modo in cui una persona si muove nel mondo — se costruisce cose nuove, o se raffina ciò che già esiste.
Il nucleo comune: tre lettere dall’Esodo
Prima di arrivare al cognome, vale la pena capire da dove viene il “nome di battesimo” di ciascun angelo — perché il cognome, da solo, non basta a distinguerli.
Secondo il metodo che Sibaldi eredita dalla tradizione cabalistica, i 72 nomi nascono da tre versetti dell’Esodo — il passaggio del Mar Rosso — letti con una tecnica particolare: il primo versetto normalmente, il secondo al contrario, il terzo di nuovo normalmente. Ogni versetto contiene 72 lettere ebraiche; incrociandole si ottengono 72 sequenze di tre lettere ebraiche, che diventano il nucleo di ciascun nome.
A questo nucleo si aggiunge poi, sempre, uno dei due cognomi. La struttura è fissa: [tre lettere ebraiche] + [ʼEL o YaH] = nome angelico completo. Il cognome non decora il nome — lo qualifica. Dice in che direzione quell’energia si muove.

ʼEL: la forza del Divenire
ʼEL deriva da ʼElohiym — uno dei nomi di Dio nella tradizione ebraica, quello legato alla creazione. Nella lettura di Sibaldi, ʼElohiym è il Dio del Divenire: la potenza che spinge sempre oltre il limite attuale, che porta all’esistenza qualcosa che prima non c’era.
Chi porta energia ʼEL, in questa lettura, ha una spinta naturale a costruire, inventare, rompere schemi. Non è materialismo grezzo: è la capacità di dare forma concreta a un’intuizione, di trasformare un’idea in qualcosa che prima non esisteva. Gli angeli con questo cognome vengono associati, nel sistema di Sibaldi, a doti come l’inventiva, la leadership pratica, l’impulso a “creare, esprimere, riparare” — qualità che secondo questa lettura ricorrono spesso anche negli angeli legati alla guarigione e alla ricostruzione.
YaH: la forza dell’Essere
YaH deriva invece da Yahweh — il nome che nella tradizione biblica non si pronuncia. Sibaldi ne propone una lettura filologica particolare: non “Io sono colui che sono” (la traduzione più diffusa), ma qualcosa più vicino a sarò ciò che sarò. Una formula che non fissa un’identità statica, ma apre a un divenire che nessuno può ancora conoscere del tutto.
Nella lettura di Sibaldi, questo rende Yahweh il Dio dell’Essere — ma attenzione: non nel senso di immobilità. “Sarò ciò che sarò” è tutt’altro che statico. Essere, qui, significa qualcos’altro: non la spinta a far esistere ciò che ancora non c’è (quella è ʼEL), ma il movimento di chi comprende, attraversa e porta a maturazione ciò che già esiste. Chi porta energia YaH ha, in questa lettura, una spinta naturale verso la conoscenza profonda: non la curiosità superficiale, ma il desiderio di capire i meccanismi che già governano ciò che esiste, di trovarne il senso nascosto, di raffinarlo.
Per questo, più che “Divenire contro Essere” — formula che rischia di far pensare a un ʼEL dinamico contro un YaH immobile, mentre entrambi sono energie in movimento — è più preciso parlare di creazione contro consapevolezza: ʼEL crea ciò che manca, YaH comprende ciò che c’è.
Due direzioni, non due valori
Il punto delicato — ed è qui che la lettura di Sibaldi si allontana da qualunque gerarchia tra le due energie — è che nessuna delle due è “superiore” all’altra. Sono due direzioni complementari, non due livelli di un ranking.
ʼEL rompe gli schemi; YaH li comprende e li perfeziona. ʼEL inventa; YaH raffina. Detto in termini quotidiani: c’è chi funziona meglio aprendo strade nuove, e chi funziona meglio approfondendo strade già aperte. Nessuno dei due modi è un difetto — ma ciascuno, se ignora l’altro, rischia di restare incompleto: la pura spinta creativa senza mai un momento di comprensione strutturale si disperde; la pura comprensione senza mai un momento di rottura si irrigidisce.
Quando i due cognomi convivono nello stesso nome
Quando ʼEL e YaH convivono
Alcuni nomi angelici, nel sistema di Sibaldi, contengono entrambe le sillabe — YaH e ʼeL insieme, in un’unica energia. Sono, in questa lettura, i casi che rappresentano l’integrazione più alta possibile tra le due direzioni: non scegliere tra creare e comprendere, ma tenerle insieme, in tensione produttiva.
Non è un dettaglio da poco. Se le due energie separate rappresentano due modi legittimi ma parziali di muoversi nel mondo, i nomi che le uniscono suggeriscono — sempre restando nella lettura di Sibaldi — che la maturità più piena non consiste nello scegliere un lato, ma nell’imparare a muoversi tra i due: costruire quando serve costruire, comprendere quando serve comprendere.
Perché conoscere il proprio cognome aiuta
Al di là della cornice angelologica, la distinzione ha un uso pratico immediato — ed è probabilmente per questo che continua a essere insegnata: aiuta a nominare una tensione che quasi tutti sperimentano, senza sempre saperla riconoscere.
C’è chi si sente vivo solo quando sta costruendo qualcosa che prima non esisteva, e si annoia mortalmente davanti a un compito che richiede solo di mantenere una struttura già fatta. E c’è chi, all’opposto, prova un piacere profondo nel comprendere a fondo ciò che già esiste, nel perfezionarlo, nel trovarci dettagli che altri non hanno notato — e si sente disorientato quando gli si chiede di inventare da zero, senza punti di riferimento.
Nessuna delle due tendenze richiede correzione. Richiede, semmai, riconoscimento: sapere se la propria energia dominante spinge a rompere schemi o a comprenderli aiuta a scegliere il tipo di lavoro, di collaborazione, di ritmo che rende un percorso sostenibile invece che frustrante — e a smettere di misurarsi con lo standard sbagliato, quello che appartiene all’altra polarità.
Prima di chiederti chi sei, chiediti che cosa la situazione richiede: creare qualcosa che ancora non esiste, oppure comprendere più a fondo ciò che è già presente. È questa, più ancora del nome angelico, la distinzione che rende utile la coppia ʼEL–YaH.
