Approfondimento

Il potere creativo della parola

16 luglio 2025 · Ultima modifica: 15 agosto 2026

Il potere creativo della parola — approfondimento del Corpus Sibaldianum

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Versione aggiornata (agosto 2026). Questo articolo sostituisce “Il Potere Creativo della Parola” pubblicato il 16 luglio 2025 sul sito originale del progetto.


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  • Cercare collegamenti tra angeli diversi
  • Esplorare il Glossario completo dei concetti sibaldiani
  • Trovare riferimenti incrociati negli altri articoli
  • Porre domande specifiche sul sistema angelologico

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Il principio

Il principio del potere creativo della parola — schema di orientamento del linguaggio.

Sibaldi legge il linguaggio non come semplice descrizione della realtà, ma come uno degli strumenti attraverso cui selezioniamo ciò che riconosciamo, pensiamo, desideriamo e possiamo progettare nella realtà. Ogni formulazione verbale, interna o pronunciata, orienta l’attenzione, rende alcune possibilità più visibili e ne lascia altre sullo sfondo. In Come non essere stupidi (Mondadori, 2025) illustra il principio con un esempio elementare: chi non conosce la parola gladiolo può vedere il fiore, ma non può raccontarlo, progettarlo o desiderarlo — rimane rinchiuso nel «qui e ora» di ciò che percepisce senza poterlo elaborare.

Da questo segue un’osservazione: è impossibile non creare con le parole. Il problema non è dunque la capacità creativa — quella non manca mai. Il problema è l’inconsapevolezza di ciò che si sta creando. Chi non esamina il proprio vocabolario continua a produrre gli stessi risultati perché continua a usare le stesse parole: quelle ereditate, quelle dell’abitudine, quelle che un tempo indicavano ciò che si voleva ottenere.

Il vocabolario ereditato

Il vocabolario ereditato — stratificazione di linguaggio ricevuto per conformità.

Una parte rilevante del linguaggio quotidiano non è stata scelta. È stata acquisita per imitazione, per convenzione sociale, per conformità a contesti che nel frattempo sono cambiati. Sibaldi distingue le «cose di prima mano, colte soltanto dal tuo sguardo» (Come non essere stupidi) da un linguaggio ricevuto e utilizzato per conformità — quello che il Corpus chiama vocabolario di seconda mano, come categoria interpretativa sovraordinata dentro la quale rientrano diversi fenomeni che Sibaldi descrive separatamente.

Uno di questi fenomeni sono le «parole-segnali» che Sibaldi identifica nell’Agenda degli Angeli (Sperling & Kupfer, 2012): termini che «servono a indicare che chi le usa è un conformista» — riempitivi svuotati di contenuto come “quant’altro”, “piuttosto che” usato come disgiuntivo, “andare a buon fine”. Nella stessa pagina Sibaldi introduce l’acronimo CSC — civiltà, società e cultura di massa; nel modello del Corpus, il termine designa il sistema di pressioni collettive che questi automatismi linguistici segnalano e rinforzano.

Un altro fenomeno riguarda termini il cui significato viene spesso assunto come già dato dalla cultura — “successo”, “destino”, “politica”, “matrimonio” — senza che chi li utilizza verifichi che cosa indichino concretamente nella propria esperienza. Sibaldi li chiama «mitici».

Sibaldi individua un terzo caso nei verbi servili al condizionale. Definisce vorrei, potrei, dovrei «espressioni tremule del volere» (Il mondo invisibile, Frassinelli 2007) e il verbo dovere un «lifting della mente» che fa smarrire la differenza tra volere e dovere. Nel Libro degli angeli (Frassinelli, 2008) contrappone a questa postura la figura del regista e dell’autore a quella dell’io che se ne sta «rannicchiato dietro le quinte a fantasticare e a sospirare» (sotto la reggenza di MaNaQeʼeL, #66). Il problema, nel modello sibaldiano, non è il tempo verbale in sé: è quando il condizionale diventa la forma attraverso cui si mantiene indefinita la propria posizione rispetto all’azione. Il Corpus legge questa postura come una vita guardata dall’esterno, non vissuta.

Costruire un vocabolario personale

Costruire un vocabolario personale — thebah come contenitore linguistico selettivo.

L’alternativa che Sibaldi propone è la costruzione di un vocabolario personale. Nel saggio Vocabolario. Le parole dei mondi più grandi (Anima Edizioni, 2009) scrive:

«Non ho conosciuto nessuno che non si raffigurasse l’Arca di Noè come un tozzo natante sovraccarico di animali. Ma è un antichissimo equivoco: “arca” in ebraico è thebah, e significa “parola”, “linguaggio”. Ciò che Noè costruì fu dunque un suo dizionario personale: vi incluse tutte le parole e i concetti che nel suo mondo erano vivi e fertili — e ne escluse tutti i termini oscuri, vuoti, vaghi, finti o sterili.»

Sibaldi interpreta tebah come immagine di un contenitore linguistico personale — e il Corpus assume questa lettura come figura di riferimento: un’«arca» capace di sottrarre il proprio vocabolario al diluvio delle opinioni comuni. Va precisato che, sul piano della filologia ebraica, tebah indica letteralmente “arca” o “cesta” — è Sibaldi a operare, in questo saggio, un collegamento ermeneutico tra il termine e il concetto di parola e linguaggio.

L’operazione non è un esercizio di stile. È una selezione: tenere solo le parole che hanno ancora un legame verificabile con l’esperienza reale, abbandonare quelle che producono automatismi o che dichiarano appartenenza a sistemi di valore non scelti.

La verifica delle parole

La verifica delle parole — rapporto tra parola ed esperienza reale.

Un vocabolario personale non nasce scegliendo parole considerate «positive» al posto di parole considerate «negative». Nasce verificando il rapporto tra una parola e ciò che essa indica realmente nell’esperienza di chi la usa.

La domanda non è: «Quale parola dovrei usare?». È: «Che cosa sto indicando quando uso questa parola?».

Dire “successo”, per esempio, non significa ancora sapere che cosa si intende. Per una persona può indicare denaro; per un’altra, riconoscimento, autonomia, influenza, tranquillità o la realizzazione di un progetto specifico. Il punto non è trovare il significato corretto di successo: è scoprire quale oggetto mentale quella parola indica per chi la pronuncia, in questo momento. Finché la parola rimane indistinta, anche l’obiettivo rimane indistinto. Costruire il proprio vocabolario significa sottoporre le parole a questa verifica: che cosa significano adesso, e quali esperienze concrete è possibile riconoscere dietro di esse.

È qui che il linguaggio smette di essere un patrimonio ricevuto e diventa uno strumento di orientamento.

Tre punti di intervento

Tre punti di intervento sul linguaggio automatico — parole-segnali, verbi servili, parole-etichetta.

Il Corpus individua tre punti di intervento particolarmente utili per osservare gli automatismi linguistici. Il primo riprende direttamente una categoria sibaldiana; gli altri due traducono sul piano del linguaggio quotidiano alcuni meccanismi presenti nella sua analisi.

Le parole-segnali. Sono i termini che Sibaldi identifica come segnali di conformità alla CSC — comunicano appartenenza senza trasmettere contenuto. Un primo esercizio del Corpus consiste nell’osservare quante volte al giorno compaiono, senza giudicarle. L’osservazione è già un primo distacco.

I verbi servili. Quando dovere, potere, volere al condizionale diventano formule abituali, possono rendere indeterminata la posizione del soggetto rispetto all’azione. “Non posso” può lasciare indistinto se si tratti di incapacità, impedimento esterno, mancanza di condizioni o scelta di non agire. Esplicitare quale di queste condizioni sia realmente presente — “scelgo di non farlo”, “non ho ancora le condizioni”, “mi è impedito da” — rende la formulazione più precisa e la postura più consapevole.

Le parole-etichetta. Questa è un’elaborazione operativa del Corpus, che traduce in pratica alcuni meccanismi presenti nell’analisi sibaldiana. “Sono un fallito”, “sei un bugiardo” — formulazioni che identificano la persona con una singola azione o con un pattern. Il meccanismo fissa in una definizione rigida qualcosa che è storicamente determinato e potenzialmente modificabile. La riformulazione “ho fallito in questo progetto”, “hai mentito in questa situazione” separa il giudizio sull’azione dalla definizione dell’identità. Questo non è indulgenza: è maggiore precisione.

Una nota sulla continuità

Sul versante angelologico del Corpus, l’articolo #20 PeHaLiYaH affronta la stessa domanda attraverso gli strumenti del Formato Fonte: la lettera Pe (פ) come impeto fisico della parola — la bocca come punto di origine del suono — e la He (ה) come camera di conversione, lo spazio in cui l’impeto diventa significato prima di produrre effetti. Le due linee convergono sul medesimo problema: cosa succede tra il momento in cui si formula una parola e il momento in cui quella parola orienta l’esperienza.

Il lavoro del vocabolario

Costruire un vocabolario personale non significa scegliere parole migliori. Significa individuare quali parole stanno già organizzando ciò che si riconosce, si pensa, si desidera e si può progettare.

L’operazione non è correttiva ma osservativa: non si tratta di sostituire un termine con uno più positivo, ma di verificare che cosa un termine indica realmente per chi lo usa, in questo momento. Se quella verifica manca, il vocabolario continua a lavorare da solo — con i materiali che ha trovato, ricevuti, ereditati o assunti per conformità.

Il Corpus assume questo principio sibaldiano come strumento di lavoro: non per costruire un lessico universalmente corretto, ma per rendere visibile la struttura di parole che già organizza l’esperienza di chi legge.

Articoli correlati

Sul versante angelologico del Corpus, diversi articoli sviluppano aspetti specifici del tema affrontato in questo approfondimento. Alcuni sono già disponibili sul sito; altri sono in migrazione dall’Archivio.

#20 PeHaLiYaH — La lettera Pe come impeto fisico della parola, la He come camera di conversione: la stessa domanda sul linguaggio formulata attraverso gli strumenti del Formato Fonte.

#64 MeḤiY’eL — L’energia che azzera la distanza tra il dire e l’agire. Il vocabolario personale non è sufficiente se la parola resta separata dall’intenzione: questo articolo sviluppa il problema delle «parole-segnali» come ostacolo specifico al passaggio dall’enunciazione all’azione.

#61 UMaBe’eL — La costruzione di definizioni nate dalla propria verità interiore come alternativa alla standardizzazione collettiva. Il percorso complementare alla tebah: non solo quali parole tenere, ma come costruire quelle nuove.

Le sette malattie dell’atteggiamento — Quando il bambino smette di desiderare in proprio per imitare i desideri degli altri, il vocabolario si adegua: la lamentela subentra al desiderio autentico. Il tema del linguaggio ricevuto converge qui con quello della volontà.

Zaccaria: la voce prigioniera del passato — La temporanea perdita della voce come camera iniziatica del silenzio: smantellare il linguaggio del già-noto per fare spazio a una lingua nuova. Il silenzio come condizione preliminare al vocabolario personale.

Ribellarsi al destino — L’Attrattore come struttura che esige coerenza con il passato. Finché il vocabolario rimane quello del passato, l’obiettivo rimane quello del passato: le due linee convergono sul medesimo meccanismo.

Gli articoli su MeḤiY’eL (#64), UMaBe’eL (#61), Zaccaria e Ribellarsi al destino sono disponibili nell’Archivio e in migrazione verso questa piattaforma.

Disclaimer

Questo articolo è una rielaborazione del Corpus Sibaldianum, a fini di studio e divulgazione, basata sugli insegnamenti di Igor Sibaldi — in particolare sul suo sistema del vocabolario personale e sul metodo di analisi del linguaggio. È proposto come strumento di riflessione e approfondimento.

Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi. Le citazioni dirette sono riportate come tali e attribuite alle opere indicate nelle Fonti; tutte le formulazioni prive di citazione diretta sono rielaborazioni o interpretazioni del Corpus Sibaldianum. Le elaborazioni originali del Corpus — incluse la categoria vocabolario di seconda mano, le parole-etichetta e la sistematizzazione dei tre punti di intervento — non devono essere attribuite direttamente a Sibaldi.

Fonti primarie

Igor Sibaldi, Vocabolario. Le parole dei mondi più grandi, Anima Edizioni, 2009. Fonte della citazione relativa a thebah («“arca” in ebraico è thebah, e significa “parola”, “linguaggio”…»); voce ARCA, pp. 45–46.

Igor Sibaldi, Il mondo invisibile, Frassinelli, II edizione, 2007. Fonte della citazione sulle «espressioni tremule del volere» (vorrei, mi piacerebbe); sezione dedicata alla scrittura dei desideri, p. 411.

Igor Sibaldi, Libro degli angeli, Frassinelli, II edizione, 2008. Fonte della citazione relativa all’io che se ne sta «rannicchiato dietro le quinte» invece di fare il regista e l’autore (sotto la reggenza di MaNaQeʼeL, #66); Parte Terza — Gli angeli e i giorni: esercizi di angelologia sintetica, p. 396.

Igor Sibaldi, Agenda degli Angeli, Sperling & Kupfer, 2012. Fonte delle definizioni di CSC e «parole-segnali» (reggenza di YeYaLeʼeL, #58, 6–10 gennaio), pp. 12–15.

Igor Sibaldi, Come non essere stupidi — esercizi di anticonformismo, Mondadori, Milano, 2025. Fonte del principio per cui il linguaggio seleziona ciò che si può raccontare, progettare e desiderare (attraverso l’esempio del gladiolo); capitolo «La Comunicazione (Esprimo quello che sento?)».

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